TASSAZIONE O CONTRIBUTO BANCHE, SILEONI: «GOVERNO VALUTI SERIE CONSEGUENZE SU LAVORATORI E CLIENTI»
Il segretario generale della Fabi interviene sul contributo richiesto agli istituti di credito e mette in guardia dalle possibili ripercussioni sul rinnovo del contratto nazionale, sull’occupazione e sui costi per la clientela. «Il governo deve fermarsi e aprire un confronto serio con le banche».
FEDERAZIONE AUTONOMA BANCARI ITALIANI
COMUNICATO STAMPA
TASSAZIONE O CONTRIBUTO BANCHE, SILEONI: «GOVERNO VALUTI SERIE CONSEGUENZE SU LAVORATORI E CLIENTI»
Roma, 3 novembre 2026. «Il governo deve fermarsi e valutare le conseguenze di un ulteriore inasprimento della tassazione sulle banche. Fare cassa sul settore del credito può apparire una scelta politicamente facile, ma rischia di mettere in seria difficoltà il rinnovo del contratto nazionale dei 260 mila lavoratrici e lavoratori bancari, scaduto a marzo 2026. E di condizionare indirettamente anche il negoziato per i 28 mila dipendenti delle banche di credito cooperativo, che ha una propria autonomia ma risente inevitabilmente del clima generale del settore», lo dichiara il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni. «La nostra contrarietà nasce da una questione precisa: chi pagherà davvero questo intervento? Se il risultato sarà comprimere gli aumenti degli stipendi, ritardare i rinnovi, ridurre le assunzioni o indebolire le tutele, il conto finirà ancora una volta sulle persone che lavorano. Sarebbe una contraddizione evidente dichiarare di voler sostenere le famiglie e poi ostacolare il recupero del potere d’acquisto di chi quelle famiglie le mantiene con il proprio stipendio, inoltre il costo potrebbe ricadere anche sulla clientela con un aumento di commissioni che nessuno potrebbe fermare. Il contratto nazionale non è una voce residuale del bilancio delle banche, da finanziare con quello che resta dopo le decisioni del governo e le distribuzioni agli azionisti. È un impegno verso le lavoratrici e i lavoratori che contribuiscono ogni giorno ai risultati degli istituti, garantiscono il rapporto con la clientela e affrontano responsabilità crescenti, pressioni commerciali e trasformazioni tecnologiche profonde. Il loro lavoro deve avere un riconoscimento economico e professionale adeguato. Al governo chiediamo di rivedere questa scelta e di aprire un confronto e un dialogo serio con gli istituti di credito. Il rinnovo riguarda gli stipendi, ma anche l’occupazione, il ricambio generazionale, il benessere sul lavoro e le garanzie necessarie per affrontare l’intelligenza artificiale e le riorganizzazioni. Indebolirlo significa rendere più fragile la gestione dei cambiamenti che attendono tutto il credito italiano. La pazienza e il senso di responsabilità della categoria non possono trasformarsi in un’attesa senza fine: il contratto va rinnovato, con risorse adeguate e senza scaricare sui lavoratori il costo delle scelte altrui» conclude Sileoni.