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Il rilancio di Viola e Profumo prepara la fase 2
Articolo del 10 novembre 2014

Da Repubblica


Sarà davvero l’ultimo?

Sono in molti ad augurarsi che l’aumento di capitale da 2,5 miliardi deciso dal consiglio d’amministrazione del Monte dei Paschi la settimana scorsa non abbia in un futuro, vicino o lontano che sia, alcun seguito. Il dubbio è legittimo, se si considerano le circostanze con cui si è arrivati alla definizione di questa ricapitalizzazione.

Dai 3 miliardi chiesti al mercato alla fine del 2013 dal presidente Alessandro Profumo e dall’ad Fabrizio Viola (e poi bloccati dalla Fondazione Mps allora guidata da Antonella Mansi) si era passati a giugno del 2014 a 5, dopo che erano stati considerati i paletti posti dalla Bce all’asset quality review e agli stress test.

Ora, a distanza di soli tre mesi, e dopo che la Bce ha mostrato uno shortfall di 2,1 miliardi sugli stress test, è stato deciso un aumento di capitale da 2,5 miliardi, superiore a quanto richiesto. Anche stavolta, quindi, non è mancata la sorpresa. Ma non è tutto: nel capital plan che sarà presentato oggi lunedì 10 novembre alla Bce (e che quest’ultima dovrà convalidare) ci sono anche altre correzioni. È prevista la vendita di asset non core per 220 milioni (si parla ad esempio di Consumit, la società di credito al consumo).

Ma c’è anche la richiesta di “mitigazione del deficit” per 390 milioni, dovuta al fatto che il risultato operativo del 2014 sarà migliore rispetto alle previsioni che hanno costituito la base per l’esercizio degli stress test. In tutto, una correzione da 3,1 miliardi. Che però, anche questa volta, non risolverà da sola tutti i problemi.

Il cammino del risanamento è ancora lungo. «Il piano di ristrutturazione di Mps si trova - sono parole dello stesso ad Fabrizio Viola - solo nella prima fase». Il report del 6 novembre di Banca Imi indica tra le prossime misure la vendita di parte dei crediti problematici, mentre ricorda che il deleveraging, come da piano, dovrà proseguire nei prossimi 3-5 anni. Intanto, la decisione presa la scorsa settimana ha almeno sgombrato il campo da un’ombra lunga: il possibile ingresso dello Stato.

Il cda ha infatti deciso che Mps rimborserà in anticipo le ultime due tranche, per complessivi 1,071 miliardi, dei Monti Bond. Una decisione che fino a pochi giorni fa non sembrava scontata ed è stata oggetto di discussioni, tra gli analisti finanziari e sulla stampa. Dopo il l 26 ottobre - data in cui la Bce ha comunicato l’esito dell’aqr e degli stress test - da alcuni settori sono arrivate pressioni per un intervento dello Stato.

Un intervento possibile semplicemente trasformando i Monti Bond in azioni (cosa che, secondo il contratto a suo tempo firmato accordando l’aiuto, lo Stato avrebbe potuto in qualsiasi momento fare). D’un colpo lo Stato (o qualche sua controllata, si parlava di Cdp o di Poste) si sarebbe ritrovato principale azionista di Mps, con (il calcolo si trova nell’ultimo report del 31 ottobre di Deutsche Bank redatto da Paola Sabbione) circa il 30 per cento del capitale.

Le dichiarazioni dei politici rispecchiavano la discussione in atto. Dapprima il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, aveva categoricamente escluso l’intervento dello Stato. Poi, però, il ministro per gli Affari Regionali, Graziano Delrio, aveva aperto a questa eventualità, poi vagamente confermata anche dal vice ministro dell’Economia, EnricoMorando,chel’aveva comunque subordinata a una richiesta del management. Ma la verità è che nessuno dall’interno della banca, né al piano di sopra, tra gli azionisti, avrebbe mai voluto avere lo Stato come azionista. Per il management, il presidente Alessandro Profumo e l’ad Fabrizio Viola, è più che comprensibile il non voler essere “comandati” dai politici. Per Axa, Fondazione Mps, Btg Pactual e Fintech tale evento avrebbe prodotto una diluizione tale che li avrebbe estromessi dalla conduzione della banca, rendendo inutile il “patto” tra loro sottoscritto (e gli oltre 500 milioni già messi sul piatto).

Meglio dunque, per loro (cosa che probabilmente faranno) sobbarcarsi, pro quota, l’onere di un nuovo aumento di capitale da 2,5 miliardi, che almeno difende la loro posizione relativa nel capitale e comunque sarà interamente garantito da un consorzio composto dalle principali banche internazionali (Ubs, Citi, Goldman Sachs, Barclays, BofA Merril Lynch, Commerzbank, Deutsche Bank, Société Générale).

E che permette alla banca, per ora, un percorso stand alone. All’orizzonte si profila comunque l’arrivo di un Cavaliere Bianco. Esclusi i grandi istituti italiani, Intesa e Unicredit, che avrebbero forti sovrapposizioni di business, è circolato anche il nome di Ubi, che potrebbe essere interessata a una porzione degli sportelli, quelli dell’ex Antonveneta, ma che difficilmente potrebbe digerire un boccone così grande come l’intero gruppo Mps.

Del resto, Antonveneta è stata ufficialmente fusa quest’anno, quindi non c’era alcuna vera intenzione di fare uno “spezzatino”. La via estera, europea in particolare, è dunque la più probabile. «Servono le spalle larghe per assorbire Mps», dice un analista. «La Bce ha chiesto ora alla banca di fare nuovi accantonamenti sui crediti per ben 4,2 miliardi. Non è chiaro ancora quanta parte andrà a conto economico, mentre l’aumento di capitale servirà in parte a coprire questi accantonamenti aggiuntivi».

Non è corretto dire che l’aumento di capitale servirà anche a liquidare i Monti bond perché in effetti degli 1,057 miliardi esistenti, ben 750 milioni (quelli della prima tranche) erano già stati considerati dalla Bce come restituiti nell’esercizio dello stress test.

degli stress test. In tutto, una correzione da 3,1 miliardi. Che però, anche questa volta, non risolverà da sola tutti i problemi. Il cammino del risanamento è ancora lungo. «Il piano di ristrutturazione di Mps si trova - sono parole dello stesso ad Fabrizio Viola - solo nella prima fase». Il report del 6 novembre di Banca Imi indica tra le prossime misure la vendita di parte dei crediti problematici, mentre ricorda che il deleveraging, come da piano, dovrà proseguire nei prossimi 3-5 anni. Intanto, la decisione presa la scorsa settimana ha almeno sgombrato il campo da un’ombra lunga: il possibile ingresso dello Stato. Il cda ha infatti deciso che Mps rimborserà in anticipo le ultime due tranche, per complessivi 1,071 miliardi, dei Monti Bond. Una decisione che fino a pochi giorni fa non sembrava scontata ed è stata oggetto di discussioni, tra gli analisti finanziari e sulla stampa. Dopo il l 26 ottobre - data in cui la Bce ha comunicato l’esito dell’aqr e degli stress test - da alcuni settori sono arrivate pressioni per un intervento dello Stato. Un intervento possibile semplicemente trasformando i Monti Bond in azioni (cosa che, secondo il contratto a suo tempo firmato accordando l’aiuto, lo Stato avrebbe potuto in qualsiasi momento fare). D’un colpo lo Stato (o qualche sua controllata, si parlava di Cdp o di Poste) si sarebbe ritrovato principale azionista di Mps, con (il calcolo si trova nell’ultimo report del 31 ottobre di Deutsche Bank redatto da Paola Sabbione) circa il 30 per cento del capitale. Le dichiarazioni dei politici rispecchiavano la discussione in atto. Dapprima il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, aveva categoricamente escluso l’intervento dello Stato. Poi, però, il ministro per gli Affari Regionali, Graziano Delrio, aveva aperto a questa eventualità, poi vagamente confermata anche dal vice ministro dell’Economia, EnricoMorando,chel’aveva comunque subordinata a una richiesta del management. Ma la verità è che nessuno dall’interno della banca, né al piano di sopra, tra gli azionisti, avrebbe mai voluto avere lo Stato come azionista. Per il management, il presidente Alessandro Profumo e l’ad Fabrizio Viola, è più che comprensibile il non voler essere “comandati” dai politici. Per Axa, Fondazione Mps, Btg Pactual e Fintech tale evento avrebbe prodotto una diluizione tale che li avrebbe estromessi dalla conduzione della banca, rendendo inutile il “patto” tra loro sottoscritto (e gli oltre 500 milioni già messi sul piatto). Meglio dunque, per loro (cosa che probabilmente faranno) sobbarcarsi, pro quota, l’onere di un nuovo aumento di capitale da 2,5 miliardi, che almeno difende la loro posizione relativa nel capitale e comunque sarà interamente garantito da un consorzio composto dalle principali banche internazionali (Ubs, Citi, Goldman Sachs, Barclays, BofA Merril Lynch, Commerzbank, Deutsche Bank, Société Générale). E che permette alla banca, per ora, un percorso stand alone. All’orizzonte si profila comunque l’arrivo di un Cavaliere Bianco. Esclusi i grandi istituti italiani, Intesa e Unicredit, che avrebbero forti sovrapposizioni di business, è circolato anche il nome di Ubi, che potrebbe essere interessata a una porzione degli sportelli, quelli dell’ex Antonveneta, ma che difficilmente potrebbe digerire un boccone così grande come l’intero gruppo Mps. Del resto, Antonveneta è stata ufficialmente fusa quest’anno, quindi non c’era alcuna vera intenzione di fare uno “spezzatino”. La via estera, europea in particolare, è dunque la più probabile. «Servono le spalle larghe per assorbire Mps», dice un analista. «La Bce ha chiesto ora alla banca di fare nuovi accantonamenti sui crediti per ben 4,2 miliardi. Non è chiaro ancora quanta parte andrà a conto economico, mentre l’aumento di capitale servirà in parte a coprire questi accantonamenti aggiuntivi». Non è corretto dire che l’aumento di capitale servirà anche a liquidare i Monti bond perché in effetti degli 1,057 miliardi esistenti, ben 750 milioni (quelli della prima tranche) erano già stati considerati dalla Bce come restituiti nell’esercizio dello stress test. 1 2 3 Qui sopra, Alessandro Profumo (1), pres. Mps, il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco (2), il ministro Pier Carlo Padoan (3), A sinistra, l’andamento dell’azione Bmps in Borsa Qui sopra, Rocca Salimbeni, la storica sede della Banca Monte dei Paschi a Siena 
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