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MPS: nazionalizzazione inevitabile con no....
Articolo del 9 dicembre 2013

Da Investire Oggi


Vedremo sin da oggi se la minaccia della Fondazione MpS di non votare il maxi-aumento di capitale da tre miliardi in assemblea sarà ritenuta credibile dai mercati.

 

Il titolo è già crollato a 16 centesimi e si avvicina pericolosamente a quella soglia dei 12 centesimi, sotto la quale l’Ente potrebbe vedersi escusso oltre il 9% delle azioni della banca in suo possesso e date in pegno alle 12 banche creditrici per il suo debito ad oggi di 340 milioni di euro.

La politica non perde il vizio e si attacca alla “senesità” della banca

 

Si sono schierati con la Fondazione sia il sindaco di Siena, il renziano Bruno Valentini, sia il presidente della Provincia, Simone Bezzini, entrambi del PD e soci di Palazzo Sansedoni, con rispettivamente 4 e 2 consiglieri nella Deputazione amministratrice.

 

Se Valentini invoca il no della Fondazione all’”eutanasia di MpS”, Bezzini sprona le parti a trovare un punto d’incontro tra il processo di riposizionamento della banca e l’esigenza di tutela patrimoniale dell’Ente.

 

Quest’ultimo ha chiesto per bocca del presidente Antonella Mansi di rinviare l’aumento a dopo il 12 maggio, in considerazione dell’esigenza del socio di controllo al 33,5% di cedere un pacchetto di azioni per rimborsare il suo debito già nelle prime settimane del 2014.

 

Perchè l'aumento di capitale non può essere rinviato

 

Tuttavia, la resistenza del presidente di MpS, Alessandro Profumo, e dell’ad Fabrizio Viola è data dalla consapevolezza di tre fattori: la banca paga ogni anno sui 4,07 miliardi di Monti-bond oltre 360 milioni di euro di cedola, cioè circa 30 milioni al mese.

 

Considerando che l’aumento le consentirebbe di abbattere il debito di tre miliardi, il risparmio su base mensile sugli interessi è stimabile in almeno 22 milioni.

 

Un rinvio di circa 3-4 mesi peserebbe per Rocca Salimbeni per non meno di 65-80 milioni; le banche che si occuperanno dell’aumento e che hanno dato vita al consorzio di garanzia capeggiato da Ubs difficilmente potranno accettare una dilazione dei tempi, con la conseguenza che potrebbero chiedere una revisione peggiorativa (per MpS) delle condizioni pattuite; infine, gli stress-test della BCE potrebbero spingere molte banche europee, tra cui anche alcune italiane, a ricapitalizzarsi già dalla prima metà dell’anno prossimo e ciò potrebbe “ingolfare” il mercato, con MpS che troverebbe ancora più difficile attuare un aumento, che ad oggi ammonta già ad un terzo in più del suo valore di capitalizzazione in borsa.

 

Lo scontro sulla “senesità” della banca nasconde il disperato tentativo della politica locale di non perdere il controllo di Rocca Salimbeni, che perderebbe con l’effetto diluitivo dell’aumento sulla quota della Fondazione, che post-cessione sprofonderebbe tra il 5% e il 10%.

 

Con lo stop all’aumento arriva la nazionalizzazione Monte Paschi

 

Se davvero l’Ente bloccherà l’aumento nell’assemblea di fine mese, le conseguenze per MpS sarebbero devastanti. La banca perderebbe di credibilità e, incalzata dalla Commissione sui Monti-bond, sarebbe nazionalizzata da parte del Tesoro già nel 2014, a garanzia della cedola e delle obbligazioni sottoscritte nel febbraio scorso e che Bruxelles ritiene debbano essere rimborsate in grossa parte durante il prossimo esercizio. Per non parlare del fatto che gli stessi amministratori si dimetterebbero e la banca piomberebbe nel caos.

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