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Per MPS un futuro da “Public Company”
Articolo del 26 ottobre 2013

Da: La Stampa di sabato 26 ottobre - Pagina 25 - Economia - Gianluca Paolucci

La Fondazione: Si diluirà fino a circa il 5%, con un patrimonio tra i 200 e i 300 milioni

Un futuro da «public company» per Monte dei Paschi.

Una banca che fa raccolta e impieghi, radicata sul territorio e priva di azionisti di riferimento, slegata dalle logiche della politica che ne hanno condizionato la storia e il presente ma con un azionariato diffuso che giudicherà il management sulla base dei risultati. È questo lo scenario tracciato nel corso degli incontri svoltisi a Londra in settimana tra i vertici dell’istituto, il cfo Bernardo Mingrone (38 anni, che arriva da Pioneer Sgr con esperienze precedenti a Unicredit, JP Morgan, Bear Stearns, Lehman Brothers e Price Waterhouse), e una serie di investitori istituzionali per illustrare il piano industriale appena varato da MPS

Assistita da UBS, Goldman Sachs e Citigroup, Montepaschi ha incontrato circa 50 investitori istituzionali, «i top 50 a livello globale, quelli in grado di fare il successo o l’insuccesso di una operazione come questa», spiega uno dei partecipanti, ai quali è stato presentato il piano di ricapitalizzazione e razionalizzazione voluto dall’Unione europea, con aumento di capitale salito a 3 miliardi rispetto ai 2,5 previsti inizialmente. Soldi che andranno integralmente a rimborsare i Monti bond (4,1 miliardi in totale), come richiesto sempre da Bruxelles.

«Ci hanno illustrato la storia di una banca che farà la banca, che raccoglie denaro dai clienti e li impiega, fortemente radicata nel territorio», spiega ancora uno dei partecipanti. «Non credo che ci possano essere compratori per fare un’aggregazione, almeno non adesso», spiega ancora la fonte interpellata. «Per questo il successo dell’operazione dipenderà dal mercato e per questo i loro consulenti hanno organizzato questa serie di incontri».

In questo scenario, la Fondazione MPS (attualmente al 33%) dovrebbe cedere parte delle azioni in tempi brevi e si diluirà ben sotto al 10%, fino al 4 - 5% dell’azionariato, per un valore dell’equity post aumento tra 200 e 300 milioni di euro, spiegano alcune fonti, restando pur sempre uno degli azioisti principali.

Sui tempi dell’operazione, «l’indicazione espressa negli incontri è quella di procedere in tempi ragionevolmente brevi», spiegano le fonti, tra l’inizio dell’anno dopo i conti trimestrali e la primavera con i conti dell’esercizio.

«Anche per evitare - si precisa - di presentarsi al mercato troppo a ridosso della scadenza imposta dalla Ue per la ricapitalizzazione».

La via per il successo di una operazione del genere è stretta, spiegano le fonti. Con la spada di Damocle della nazionalizzazione che incombe sull’istituto in caso d’insuccesso.

L’agenzia Bloomberg sottolineava ieri come la regia dell’operazione è stata affidata a Ubs, l’istituto guidato da Andrea Orcel. Lo stesso banchiere (allora in Merrill Lynch) che da consulente di Santander aveva assistito la banca spagnola nell’acquisto di Abn  Amro e, poco tempo dopo, aveva assistito MPS per l’acquisto di Antonveneta. Incassando laute commissioni in entrambe le operazioni.

La banca intanto prosegue con l’esecuzione delle altre parti del piano.

Di ieri i bandi per la cessione di un pacchetto di immobili distribuiti in varie città italiane, con alcuni pezzi di pregio come palazzo San Giorgio, oltre 7000 metri quadri nel centro di Torino, e Villa Scammacca a Catania, un immobile d’inizio novecento circondato da un grande parco nel cuore della città etnea.

 

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