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Il futuro delle banche europee passa da Siena
Articolo del 12 ottobre 2013

da: linkiesta


Quello che è successo a Cipro nello scorso marzo era un esperimento. Un test che però ha dato i suoi frutti. E questo lo si evince da come è stata trattata la ristrutturazione di Monte dei Paschi di Siena, la più antica banca del mondo nonché la terza italiana. La Commissione europea ha infatti chiesto un programma a base di lacrime e sangue, ma introducendo anche uno dei princìpi cardine della futura eurozona, il bail-in.

Il Monte è salvo. Viva il Monte. Ma a che prezzo? Per salvare l’istituto di Rocca Salimbeni, tuttavia, si sono poste le basi per la futura architettura finanziaria dell’eurozona. Con gli haircut su MPS Capital Trust II, Antonveneta Capital Trusts I e II sono arrivati circa 480 milioni di euro. Un quinto dell’intero pacchetto di ricapitalizzazione. L’obiettivo, confermano tanto da Bruxelles quanto da Siena, è quello di preservare i piccoli azionisti. «È finito il tempo dei salvataggi pubblici», dice un funzionario Ue a Linkiesta. Parole che confermano la via che ha preso l’eurozona su questo versante diversi mesi fa. «Il risultato del piano sembra essere ambizioso, ci vorrà del tempo per studiarlo a fondo, ma siamo fiduciosi che il management di MPS abbia adottato tutte le raccomandazioni richieste per una messa in sicurezza della banca», continua la fonte europea. Quello che è certo è che si è creato un precedente su larga scala di ciò che sarà il modello standard dei salvataggi bancari.

Cipro è stato il primo esempio. MPS il secondo, quello più significativo. Quello che potrebbe esserci dopo è ignoto. Quante e quali sono le MPS d’Europa? A deciderlo sarà l’Asset quality review che sarà condotta dalla Banca centrale europea nei prossimi mesi. L’obiettivo è quello di limitare le asimmetrie informative esistenti, al fine di preparare il campo per l’introduzione del Single supervisory mechanism (Ssm), che sarà il pilastro della vigilanza macroprudenziale della futura unione bancaria. Gli stress test dell’European banking authority (Eba), l’attuale organismo di vigilanza bancaria europea, saranno poi alla base del futuro degli istituti di credito della zona euro. Sarà verificata la solidità patrimoniale dell’universo bancario dell’eurozona, anche in vista dell’introduzione degli standard contabili di Basilea III, che nei prossimi anni faranno compagnia al management delle banche.

Una volta individuate le criticità, si proseguirà con le risoluzioni. Il tutto secondo la proposta che, a meno di inattesi stravolgimenti di fronte, sarà adottata in breve dall’eurozona, ovvero il Single resolution mechanism (Srm). Una ventina di giorni fa il commissario Ue al Mercato interno, Michel Barnier, ha chiesto al Parlamento europeo di votare l’introduzione del Srm, che si compone di quattro possibili vie per la messa in sicurezza di una banca problematica. Sarà compito del Consiglio europeo di confermare l’intero pacchetto che disciplina il Srm al fine di adottarlo ufficialmente. Le quattro vie di risoluzione sono l’attività di M&A (Mergers and Acquisitions, fusioni e acquisizioni) fra le banche in crisi, l’attivazione di una banca-ponte che possa traghettare le attività positive dell’istituto in crisi verso lidi migliori, la creazione di una bad bank con la quale ripulire i bilanci della banca in sofferenza. Poi c’è la quarta opzione, il bail-in. Di fatto è il contrario del bail-out, e va colpire chi ha un pezzetto di banca, ovvero azionisti, obbligazionisti o depositanti. Sperimentato durante la crisi bancaria cipriota, questo strumento ha saputo entrare nel cuore dei policymaker europei. Fino ad arrivare sul tavolo più importante, quello del Consiglio Ue. E nell’ultima versione del documento sul tema, la Commissione spiega che questa è la soluzione più politicamente corretta per questo genere di interventi: «Il bail-in, strumento fondamentale nella direttiva sulla risoluzione delle crisi bancarie, dovrebbe ripartire le perdite in modo sequenziale e ridurre i crediti degli azionisti, dei creditori subordinati e dei creditori di rango superiore». Nessun pericolo per i piccoli risparmiatori, secondo la proposta della Commissione Ue, «i depositanti di somme inferiori a 100mila euro non subiranno comunque perdite in quanto i loro crediti sono tutelati dai sistemi nazionali di garanzia dei depositi».

Gli occhi degli investitori non sono più puntati sugli istituti bancari spagnoli. Oltre Bankia, quindi, c’è di più. C’è il pericolo più grosso, quello delle banche italiane. Con circa 260 miliardi di euro di Non-performing loan (Npl, o crediti dubbi) in banca, il sistema bancario dell’Italia ha bisogno di poter prendere aria prima di poter ricominciare a fare il suo lavoro principale: raccogliere depositi ed erogare prestiti a famiglie e imprese. Come ha ricordato il Financial sector stability assessment (Fssa) del Fondo monetario internazionale (Fmi), le lacune dell’Italia sono tante. Da una vigilanza multicanale azzoppata e poco all’avanguardia con le controparti europee a un sistema di governance con troppe ombre, il sistema italiano ha bisogno di riforme da oltre un ventennio. Non stupisce quindi che, data l’incapacità di adottarle in via autonoma, sia l’Ue a imporle. A partire proprio dalla sua banca più antica, quella MPS che è la protagonista del bail-in (per ora) più significativo dell’eurozona.  

fabrizio.goria@linkiesta.it



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