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Mancini fuori dalla Fondazione sfasciata
Articolo del 10 agosto 2013

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Il Fatto Quotidiano di oggi - che ringraziamo - esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di questo sito, che rimane autonoma ed indipendente. 


di Giorgio Meletti

E’ il giorno dell’addio per Gabriello Mancini, l’impiegato della Usl di Poggibonsi che per antichi meriti democristiani è stato proiettato nel 2006 alla presidenza della Fondazione Mps, azionista di maggioranza della banca senese. E da quella plancia ha assistito immobile e apparentemente distratto alla distruzione del Monte dei Paschi e della Fondazione stessa.

Ma lui non c’era, e se c’era dormiva. Convoca una solenne conferenza stampa di commiato, sollecitando la presenza dei 40 dipendenti della Fondazione, e recita il copione della discolpa: “Oggi, dopo quello che è successo, si dice che non abbiamo controllato e non abbiamo esercitato le prerogative dell’azionista di maggioranza . Ma sempre più nettamente si è venuta a scoprire una situazione che vede da un lato l'emersione di soggetti ingannatori e, dall’altro, l’amara sorpresa dei soggetti ingannati”.

Ingannato da Giuseppe Mussari, il padrone vero della Banca che faceva i suoi comodi sotto il naso dell’azionista di maggioranza.

Mancini aveva un modo singolare di esercitare il suo ruolo, come se la Margherita lo avesse designato non per affidargli il destino della più antica banca del mondo, ma solo per vigilare sulla distribuzione clientelare di finanziamenti e prebende varie al mitico territorio: una pioggia di miliardi di euro scaturenti, ai bei tempi, dalle casse della banca.

Ma il Mancini, del mesto addio, è lo stesso che nel 2007, dopo aver inneggiato all’acquisto dell’Antonveneta per 9 miliardi di €, sottoscrisse - senza battere ciglio - un aumento di capitale per 3 miliardi, per consentire a Mussari il folle shopping, e per fare ciò prosciugò il patrimonio della Fondazione, la sciandole solo le azioni Mps, che poi hanno trascinato la Fondazione nel baratro.

Chi ingannava chi? Sicuramente Mancini, mentre metteva fino all’ultimo euro nel capitale della banca, andava in giro a raccontare che la Fondazione era pronta ad acquistare pacchetti azionari di società quotate “nell'ottica di una maggiore diversificazione del portafoglio immobilizzato”.

Una simpatica presa in giro, ma tanto nessuno lo stava ad ascoltare perché il ragioniere di Poggibonsi non era reputato molto più di un segnaposto.

Così lui va dai Magistrati  che cercano di capire come così pochi uomini in così poco tempo sono riusciti a sfasciare tutto  e non sfodera imprevedibili competenze bancarie, ma al contrario rivendica i suoi quarti di nobiltà.

Lo volle sulla decisiva poltrona il suo dante causa di sempre, l’onorevole Alberto Monaci, oggi presidente del Consiglio regionale della Toscana, ma lui, il Mancini, andava forte perché godeva del convinto “sostegno degli onorevoli Franceschini, Marini, Fioroni e Giacomelli” (e notate lo scrupoloso ordine d’importanza datato agosto 2009).

Poi arriva Mussari, il 2 novembre 2007, sei giorni prima di firmare, e gli dice che si compra l’Antonveneta, che costa 9 miliardi e bisogna fare in fretta.

Mancini, accompagnato dal direttore generale della Fondazione Marco Parlangeli, dopo ore di riunione (ma di cosa hanno parlato?), prende atto. “Il nostro fu uno sta bene informale”. E aggiunge: “Non posso dire che l’acquisto di Antonveneta mi fu imposto, ma certo i termini della trattativa e quanto era stato prospettato da Mussari non consentivano margini di manovra”.

E aggiunge ancora: “Non conoscevo i termini dell'accordo. Non vidi il contratto. Non sapevo se lo stesso era sottoposto a condizione, né sapevo che vi erano degli interessi da pagare”.

Provò a dire che il prezzo gli sembrava altino, ma gli dissero che non c’erano più margini per discutere. Provò a chiedere lo sconticino, e gli risero praticamente in faccia, nella grande finanza non usa.

E gli impiegati della Fondazione lo ascoltano increduli, e ridacchiano sulla richiesta dell’amministrazione di tassarsi per un regalo d’addio al capufficio che li lascia.

Loro, toscani e contradaioli, lo festeggiano con una girandola di mail al veleno: “Sì, tra poco andiamo tutti a casa per merito suo... gli facciamo il regalo per questo?”.

“Io - se serve - mi vesto da coniglietta”. È pur sempre una festa d’addio.


Mancini e un addio al veleno accuse a Comune e Provincia

Fondazione, “Ci trattavano come una municipalizzata” Lunedì il nuovo presidente

Una solenne dichiarazione di impotenza. L’ultimo protagonista del disastro Mps ad abbandonare, Gabriello Mancini, saluta disegnando una Fondazione Mps, che ha guidato per anni, stritolata tra gli enti locali da una parte e la Banca dello strapotente Mussari dall’altra. "Comune e Provincia hanno svolto un ruolo di gran lunga più incisivo di quello formale ad esso attribuiti" dice Manicini. Insomma, comandavano loro, e Mancini eseguiva.

"Ma non ho mai affermato che facevo quello che mi dicevano, non sono un burattino" tenta una difesa di breve durata Mancini. Perché in un passaggio della sua lunga relazione il presidente torna, con maggiore incisività, a tratteggiare un quadro di grande impotenza. "La scelta degli obiettivi da parte della Fondazione — dice — è stata frutto di una determinazione certo libera, ma di fatto inevitabilmente “pregiudicata” dalle esplicite indicazioni programmatiche “di mandato” provenienti dagli enti nominanti". La contraddizione è anche in termini. Sì, dirà, più oltre, ci trattavano come una "municipalizzata". 

Di fronte dell’incalzare della domande, l’autodifesa di Mancini si trasforma progressivamente nell’autocritica di un uomo mite, buono, ma con competenze inadeguate alla tempesta che ad un certo punto si scatena sul sistema Mps. Alla lunga, nel corso di una conferenza stampa che dura più di due ore, Mancini, già segretario del Ppi locale e uomo di Alberto Monaci, poi vice presidente di Mussari della Fondazione in quota cattolici Pd e infine miracolato della presidenza con la salita dell’avvocato toscocalabro al vertice della Banca, è costretto ad ammettere "di aver condiviso" tutte le scelte rivelatesi nefaste per la Banca: il dogma del controllo della Banca da parte della Fondazione con la maggioranza assoluta delle azioni, l’acquisto di Antonveneta, le due ricapitalizzazioni che hanno svenato l’Ente.

«Ricordate? Lo dicevo che la Fondazione non era una bancomat» tenta di sfilarsi. Sì, lo diceva, ma poi la Fondazione di Mancini si piegava, pagava le ricapitalizzazioni, si dissanguava e indebitava. "No che l’ultima ricapitalizzazione, quella del 2011, non mi piaceva, non mi andava che la Fondazione si indebitasse fino a quel punto. Ma in una riunione a Roma, l’allora ministro Tremonti ci spinse a farlo: “Tranquilli, il ministero autorizza l’indebitamento. A quel punto pensai di dimettermi". Ma non lo fece. Ne allora, né dopo. In sella fino alla fine.

Certo, Mancini, di cui lunedì dovrebbe eleggersi il successore, può a ragione invocare come le ultime decisioni della Fondazione siano state condizionate da informazioni falsate da parte della Banca in era Mussari. "Sempre più nettamente — dice — si è venuta a scoprire una situazione che vede da un lato l’emersione di soggetti ingannatori e, dall’altro, l’amara sorpresa dei soggetti ingannati e danneggiati. In primis è stata ingannata la stessa Banca, così come lo sono stati l’intera comunità e la Fondazione". Mancini sostiene che "fin dall’approvazione del bilancio 2008 la Fondazione ha chiesto alla Banca il recupero di una redditività adeguata lavorando sul fronte dei ricavi, sui costi, su una migliore gestione del credito". 

Ricorda "piani industriali mai concretizzati". Insomma, secondo lui, qualcosa in Banca non andava già allora ma nonostante questo Mancini spiega di aver sempre avuto fiducia nel management e, nel 2009, non si pose neppure lontanamente il dubbio di non rinominare Mussari alla presidenza. Invece rivendica il merito della chiamata di Profumo e Viola, "con cui c’è perfetta sintonia", dimenticando di aver osteggiato in tutti i modi, appena un anno fa, l’ascesa di Profumo alla presidenza, fino ad astenersi all’atto della votazione. L’ennesima contraddizione, la finale, di un uomo che resiste al peso della sconfitta. 

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