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Così cambieremo il destino di MPS
Articolo del 25 luglio 2013

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da  Affari Italiani - che ringraziamo - esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di questo sito, che rimane autonoma ed indipendente. 


In un’intervista doppia rilasciata a Mf Fabrizio Viola e Alessandro Profumo, rispettivamente amministratore delegato e presidente di Mps, svelano le strategie future per la banca più antica del mondo. Rimane il problema di come risalire la china dopo un biennio caratterizzato da sconquassi finanziari e da vicende interne drammatiche che hanno gettato un’ombra molto spessa su “babbo Monte”. Eppure, il tandem che guida l’istituto di credito è fiducioso, perché…

La recente assemblea che ha segnato l'abbattimento del tetto al 4% dei diritti di voto è un altro mattone sulla strada del rilancio del Montepaschi che il presidente, Alessandro Profumo, e l'ad, Fabrizio Viola, stanno portando avanti con grande impegno a fronte di un mercato non certo favorevole e di un conto economico e patrimoniale che ha bisogno di essere puntellato.
 

Dopo l'assemblea si è aperta una nuova fase per la banca. Come la affronterete? 
Profumo: Credo che per noi il lavoro sia semplice. Clienti, clienti, clienti. Il giorno in cui tutti loro saranno soddisfatti di noi, una parte significativa dei nostri problemi sarà risolta perché avremo capacità di attrarre nuova operatività, di generare nuovi ricavi e di ritrovare quella condizione di equilibrio che è fondamentale per qualsiasi azienda.

 

Intanto avete sempre sul groppone il fardello dei Monti bond.
P: Dovremo trovare un equilibrio economico, quindi crescita dei ricavi da servizi e riduzione dei costi. Successivamente dovremo andare sul mercato per raccogliere quei capitali che sono necessari per rimborsare i Monti bond. E per tornare a essere un'azienda totalmente privata sul mercato.

 

Sullo sfondo resta il problema dei nuovi soci e della proprietà della banca. Avete inventato un claim, a vostra insaputa: «Banca Mps non potrà più essere di Siena». E allora di chi sarà?
V: Al momento alla domanda non c'è risposta. Quando ho detto che il Montepaschi non può più essere di Siena, dal punto di vista meramente proprietario, mi riferivo alla logica conseguenza del fatto che la banca in futuro avrà bisogno di capitali importanti per rimborsare l'intervento governativo. E per garantirsi un equilibrio patrimoniale e finanziario. Questi capitali, per la loro dimensione, non sono reperibili nella città di Siena. Ma penso anche che sia importante non perdere il legame con il territorio perché ritengo che la banca possa restare a Siena come sede e come attività principale. Per far questo c'è però bisogno di ricostruire un rapporto con la città, con il territorio e con i cittadini che sia positivo, ma basato su criteri e valori diversi rispetto al passato

 

Nel frattempo avete messo in pista un'idea concreta, quella del fondo che investe in minibond delle Pmi. Siete i primi a proporlo in Italia. Un progetto che si integra bene con il nuovo corso della banca?
P: Assolutamente sì, perché in questo caso ci stiamo occupando dei clienti, ovvero quelli che ci pagano lo stipendio. E soprattutto stiamo cercando di uscire dal vincolo che vede le banche sovraesposte nei confronti dell'economia, dal momento che gli impieghi rispetto ai depositi rimangono molto elevati, in un rapporto vicino al 125%. Allo stesso tempo le imprese sono troppo indebitate con le banche. Credo che l'idea del fondo che investe in minibond sia una buona via per disintermediare in modo intelligente il sistema bancario, sfruttando uno strumento messo a disposizione dal governo Monti. Aiutiamo le imprese ad avere accesso al credito e nel frattempo alleggeriamo i bilanci delle banche che, obiettivamente, sono difficilmente sostenibili.
V: Su un altro versante credo che questo progetto confermi la volontà e la forza della banca di reagire a un anno che è stato molto complicato. Gli ultimi 12 mesi sono stati i più difficili della storia del Monte dei Paschi per le vicende ormai note che sono state risolte e ci portiamo dietro le spalle. Il nostro è un progetto importante che vuole rispondere fattivamente alle istanze che arrivano dal mondo delle imprese, che sta vivendo una fase di lunga recessione. Tra l'altro in un momento in cui è difficile fare del credito sia per ragioni legate all'offerta, dati i vincoli di capitale cui sono soggetti gli istituti italiani, sia dal lato della domanda, perché la congiuntura debole genera contrazione degli investimenti e del fatturato. Con il fondo minibond vogliamo cambiare il ruolo della banca e portarlo ad essere da erogatrice a intermediario. Per rispondere al bisogno di un'azienda che vuole finanziare un progetto, ma anche alla necessità di alcuni investitori alla ricerca di investimenti con profili di rischio/ rendimento interessanti

 

In questo modo si aiutano le Pmi diminuendo il rischio di crediti deteriorati, corretto?
P: Non dimentichiamoci che stiamo parlando di emissioni di bond che vanno ripagati. Certamente è necessario che le imprese imparino a gestire la loro posizione finanziaria in modo professionale. Credo che questa nostra proposta sia un contributo alla crescita di tutti noi.

 

Crede che lo spread sia ancora troppo alto?
P: Sì, è ancora alto. Come Paese dobbiamo continuare a lavorare per consolidare la nostra credibilità in modo tale da ridurre questo differenziale e contenere soprattutto l'onere che genera sulle nostre imprese. Ricordiamoci che un'azienda situata a Verona e una a Monaco di Baviera sono a minor distanza che tra Milano e Roma, ma hanno costi di funding totalmente diversi, anche se sono attività esattamente omogenee. Credo che quando ci toglieremo questo fardello, non ci sarà nessuno che riuscirà a batterci. Se le imprese italiane riescono ad andare nel mondo come fanno attualmente, nonostante questo peso, il giorno in cui toglieranno dalle spalle lo zaino con i sassi faranno i 100 metri con tempi da record.

 

Dottor Viola, poco fa citava i vincoli di capitale. Basilea III con i suoi requisiti è troppo stringente?
V: E’ un discorso lungo e complesso. Dopo la crisi finanziaria del mondo occidentale si è registrata la necessità che le banche lavorassero con capitale maggiore e di più elevata qualità. Il principio non lo mette in discussione nessuno. Bisogna però valutare attentamente due aspetti: il primo è far sì che le regole di vigilanza prudenziale tengano in debito conto le caratteristiche peculiari di ciascun istituto. C'è una grande differenza tra una banca d'investimento e una commerciale. In secondo luogo le modalità e i tempi di applicazione. Passaggi troppo tempestivi e perentori possono creare dei problemi, in un momento in cui è oggettivamente difficile reperire i fondi per rafforzare il proprio capitale e in un momento in cui la redditività media del sistema bancario italiano, prevalentemente commerciale, di certo non brilla.

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