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L'ultimo arrocco di Baldassarri
Articolo del 24 luglio 2013

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da  Milano Finanza di oggi - che ringraziamo - esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di questo sito, che rimane autonoma ed indipendente.


di Luca Gualtieri

L'inchiesta della Procura di Siena sul vecchio Monte dei Paschi ha imboccato la stretta finale. Entro fine mese dovrebbe chiudersi il filone relativo all'acquisizione di Antonveneta, mentre il 26 settembre inizierà il processo con rito immediato a carico di Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gianluca Baldassarri.

Nel filone derivati intanto al centro del lavoro investigativo c'è Alexandria, la note comprata nel 2005 da Dresdner Bank e ristrutturata nel luglio 2009 attraverso il famigerato mandate agreement con Nomura. Per quell'operazione i magistrati senesi Antonino Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso hanno ipotizzato il reato di ostacolo all'attività di vigilanza, visto che l'accordo fu tenuto nascosto alla Banca d'Italia.

Se i fatti del luglio 2009 sono stati la miccia che ha fatto deflagrare lo scandalo Montepaschi, meno noto è quanto accadde in seguito ad Alexandria. L'accordo tra Mps e Nomura prevedeva infatti la sostituzione di attivi in forte perdita del derivato (le Madison Notes) con altri decisamente meno rischiosi, anche se di fatto Alexandria restava ancora in pancia a Mps.

Negli anni successivi le condizioni di salute del Monte si aggravarono.

Il tallone d'Achille della banca era la liquidità su cui pesavano l'immensa mole di Btp e la crisi del debito sovrano italiano. Al punto che, nonostante i Tremonti bond da 1,9 miliardi e l'aumento di capitale da 2,2 miliardi, nell'estate del 2011 la banca si trovò praticamente senza soldi, come ha evidenziato la Banca d'Italia nel suo secondo rapporto ispettivo. Il problema si aggravò ulteriormente nel corso dell'autunno e, ancora una volta, l'area finanza guidata da Baldassarri cercò di metterci una pezza.

Come? Secondo quanto risulta, proprio a novembre l'area finanza avrebbe pensato di resuscitare Alexandria. Il progetto sarebbe stato di estrema semplicità: per trovare qualche centinaio di milioni di liquidità fresca, Mps avrebbe acceso sulle notes un Repo che, anche questa volta, avrebbe avuto come controparte la banca giapponese Nomura.

Insomma la manovra ideata dell'area finanza non era diversa da quelle messe in piedi negli ultimi anni. Se non che il clima all'interno di Mps era cambiato. La banca era ormai una sorvegliata speciale della Vigilanza e proprio in quel mese di novembre il Direttorio convocò a Roma i massimi responsabili della banca per chiedere loro di farsi da parte. Non solo. Da anni l'area risk management guidata da Giovanni Conti conduceva una dura battaglia contro l'area finanza, cercando di bloccare decine di operazioni.

Fino a quel momento Conti si era scontrato contro un muro di gomma, come dimostra l'esito dell'audit interno lanciato nella seconda metà del 2009. L'ispezione partì tra agosto e settembre e, come previsto, portò alla luce serie criticità nell'attività e nel modus operandi dell'area finanza. I vertici della banca, compreso il presidente Mussari, ne furono informati, ma le contromisure risultarono inadeguate e i gravi problemi del Monte non furono risolti. A fine 2011 però le cose stavano cambiando. Così, dopo il risoluto no del risk management e del cfo Marco Massacesi, lo stesso Vigni decise di bloccare la nuova ristrutturazione di Alexandria.

Poche settimane dopo, il direttore generale avrebbe lasciato Rocca Sansedoni per cedere il posto a Fabrizio Viola. Fu proprio Viola il 9 febbraio 2012 a dare il benservito a Baldassarri che oggi si trova al carcere in attesa del processo per rito immediato. Con il senno di poi, appare un bizzarro scherzo del destino che una delle ultime operazioni proposte dal manager di Lugo di Romagna sia legato ad Alexandria, il derivato che avrebbe scoperchiato lo scandalo Mps. (riproduzione riservata

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