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Risanamento lento e poca liquidità
Articolo del 20 aprile 2015

In testa la dicitura «confidential», ovvero «riservato». Al centro il logo della Bce. In coda, dopo 18 pagine di giudizi severi, la firma del presidente della banca centrale di Francoforte, Mario Draghi. Porta la data del 10 febbraio: è la «decision» che ha imposto al Montepaschi di tenere un cuscinetto supplementare di patrimonio (al 10,2%), di intervenire profondamente sui crediti deteriorati, di chiudere ad ogni costo la velenosa operazione Alexandria con la banca giapponese Nomura e, infine, di trovare un partner per un’aggregazione. Entro luglio, a nove mesi dalla verifica sui bilanci (asset quality review e stress test) che ha fatto emergere in Mps una carenza di 2,1 miliardi, ne andranno almeno fissati gli «specifici punti chiave».

Quello su Mps è il più importante intervento della Bce da quando a novembre è partita la vigilanza unica, sia perché legato alla situazione specifica di Siena — risultata la banca più debole dell’eurozona — sia per la necessità di Francoforte di fissare paletti precisi nella costruzione di un’uniformità di comportamenti e regole prudenziali per tutti i 130 istituti passati sotto il suo controllo.

Anche per questo la Bce ha accolto solo in parte le obiezioni di Mps, che ha cercato in tutti i modi di difendersi da un atteggiamento ritenuto troppo rigido della Vigilanza: «È irragionevole e irrealistico imporci un periodo di nove mesi», hanno contestato i vertici Alessandro Profumo e Fabrizio Viola nelle controdeduzioni. Ma la Bce è rimasta immobile: «La persistenza di una posizione debole della banca anche dopo l’aumento di capitale (da 3 miliardi che parte a maggio, ndr) contribuirà a far percorrere la strada della distruzione di capitale e liquidità, portando a un ancora più sfavorevole outlook in termini di produttività». Dunque, «no changes».

Mps ha anche protestato che «non sta considerando pienamente l’entità dello sforzo di ristrutturazione di questi anni». È vero, ha riconosciuto la Bce, che Siena ha raccolto 5 miliardi di aumento, rimborsato 3 miliardi di Monti bond, venduto Biverbanca, incorporato Antonveneta, chiuso 450 filiali e tagliato 5.100 dipendenti. Ed è anche vero che la scarsa qualità dei prestiti è «altamente legata» agli anni passati, allo scarso portafoglio di Antonveneta e ai finanziamenti a parti correlate e all’economia locale. Ma la Bce non va oltre: perché il suo intervento è prospettico, guarda al futuro e non al passato.

Il giudizio finale «complessivamente sfavorevole» a Mps arriva infatti dall’esame «Srep», cioè dalla valutazione prudenziale di rischi, governance e situazione patrimoniale e finanziaria: «In conclusione, nel contesto di una situazione economica deteriorata, Mps è affetta da serie debolezze che rendono la banca particolarmente vulnerabile. Queste debolezze includono carenza di capitale, debole profilo di redditività e perdite continue con un ammontare crescente di attivi non performing che è improbabile che migliorino».

Il gruppo Mps», continua la Bce, «è sottoperformante in termini di profitti rispetto al piano di ristrutturazione approvato dalla Commissione europea, è ancora altamente dipendente per il funding dalla Bce ed è altresì esposto ad alti rischi reputazionali e all’incerta reazione del mercato». Su questo punto la reazione di Mps suona quasi stizzita: «I maggiori rischi reputazionali e legali sono effetto della continua incertezza sull’esito del Comprehensive Assessment piuttosto che dei procedimenti giudiziari». Ma anche qui, «no changes». Obiezione respinta.

Francoforte ha espresso anche timori sulla liquidità: pesa la forte concentrazione di Btp in portafoglio che rende Mps esposta allo spread. E ha mosso rilievi anche sulla governance: «Nella nuova struttura azionaria la fondazione Mps gioca un ruolo meno significativo rispetto agli anni passati. Nonostante ciò, visto il patto di sindacato con Btg e Fintech, la fondazione è ancora in grado di giocare un ruolo centrale nei processi decisionali».

Altro nodo cruciale sono i crediti non performing, nonostante Bce riconosca che «il livello di copertura è del 48%, in linea con le grandi banche». Ed è un giudizio che tiene già conto delle osservazioni dell’istituto. In origine era molto più severo. All’assemblea del 16 aprile Viola ha sottolineato che è questa la sfida più immediata: «Se non ci saranno altri tre anni di recessione potremo ridurre l’incidenza del costo del credito lavorando sulla sua cura prima che diventi patologia, e sul miglioramento dei tempi e delle percentuali di recupero delle sofferenze». Ma ha anche voluto ricordare, a tutti, da dove si è partiti: «Nel novembre 2011 Mps fu costretta a chiedere un finanziamento straordinario alla Banca d’Italia senza il quale, ahimé, non esisterebbe più, perché mancava la liquidità per andare avanti».

Da Corriere.it

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